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lunedì 22 maggio 2017

Gli attacchi di panico si possono sdrammatizzare

Sdrammatizzare gli attacchi di panico è possibile!
Non perché non se ne riconosca la drammaticità con cui si presentano nell’esperienza e nella vita delle persone,  al contrario; ma una volta che se ne comprenda il significato, e gli si permetta di svilupparsi, è facile che in tempi brevi gli attacchi di panico si attenuino drasticamente e spesso scompaiano del tutto.
Se si cerca timor panico sul dizionario, vi si trova scritto: “timore improvviso, oscuro e irrefrenabile, come quello che gli antichi ritenevano suscitato dalla comparsa del dio Pan; il dio della natura  intesa come forza vitale e creatrice…”
E se Pan è il dio della natura dentro di noi, egli può essere considerato il nostro istinto.  Cos’è dunque che temiamo quando abbiamo un attacco di panico? Spesso il nostro istinto, qualcosa che ci appartiene naturalmente, autenticamente ma che per qualche motivo ci fa paura.  
Possiamo temere un nostro desiderio, predisposizione, aspirazione, che si fa strada in noi, chiede di realizzarsi, e di contribuire alla nostra autorealizzazione.
Li temiamo perché non ci si sente in grado di realizzarli, spesso sbagliando … perché sono in contrasto con l’immagine che abbiamo di noi, con quello che “dovremmo” o “vorremmo” idealmente essere, con un senso del dovere interpretato rigidamente
Come è successo a Marina, una donna di 45 anni che si è rivolta a me per i suoi attacchi di panico; e di cui sono emerse paure e desideri.
L’educazione rigida e un po’ sessista, da lei ricevuta in Veneto, aggravata da una madre poco affettiva e succube di tale modello, erano in profondo contrasto con la sua natura vitale, creativa, e con i suoi desideri di autonomia anche affettiva, non solo lavorativa.
Si costringeva in una convivenza con un compagno poco amato, per paura della solitudine, e ad una certa remissività, in contrasto con il suo spirito combattivo.
Ecco quindi presentarsi nella sua vita un profondo e autentico desiderio di autonomia affettiva, ma allo stesso tempo il timore di essa. Marina dichiara di aver bisogno di qualcuno a cui appoggiarsi, di qualcuno che la difenda dalle difficoltà della vita; in realtà è in grado di farlo in prima persona e il suo istinto lo sa, ma lei fa fatica a riconoscerlo, privandosi così di tale soddisfazione.
Emerge inoltre e chiede di essere espresso il suo spirito combattivo, da sempre presente in lei, tanto da averle permesso di costruirsi un’autonomia lavorativa ed economica, ma che Marina non ha mai del tutto riconosciuto e legittimato nell’ambito affettivo e delle relazioni, costringendosi ad una certa passività e remissività, che non le corrispondono.
Tali aspetti di lei premono per emergere, perché sono legati alla sua natura e ai suoi compiti vitali, ma le provocano panico e fantasie punitive.
Marina infatti nella sua infanzia e adolescenza si è confrontata con un padre talvolta violento, soprattutto nel momento in cui ne veniva messa in discussione l’autorità.  Tuttora è preda di timori e fantasie punitive, come se avesse proiettato l’immagine di suo padre su una qualche autorità sovrannaturale ( un dio, il destino, il caso …) che potrebbe punirla qualora si discosti dai modelli appresi.
Lo spazio non giudicante e dialogico della psicoterapia, fa emergere i suoi bisogni per quello che sono, con una visione più realistica di sé e degli altri, e di un possibile confronto fra persone.  Per lei non si tratta più di confrontarsi con tradizioni immutabili, ma solamente con le personali convinzioni di una madre o di una nonna, legittime quanto le sue. Non si tratta più di relazionarsi con un padre-padrone, pur vissuto così nell’infanzia, né con un dio, di cui temere la vendetta (phthònos theòn) come facevano gli antichi greci; ma soltanto con un uomo, con cui essere più o meno in accordo o in contrasto.
Questo sfondo le permette di portare a compimento i suoi compiti vitali con sempre meno timori, talvolta con leggerezza, spesso con soddisfazione e  piacere.
In psicoterapia si parte dalla paura e ben presto si lavora su aspetti propositivi, evolutivi della persona. Marina, che temeva l’autonomia, provando a viverla,  prende coscienza di potercela fare e ne sperimenta in realtà la leggerezza. Il focus non è più la paura e il suo eventuale decondizionamento, ma desideri, aspirazioni, bisogni, capacità, che iniziano a farsi strada e trovano spazio nella personalità del paziente.
Il luogo dialogico, non giudicante, della psicoterapia permette a tali bisogni di emergere, di essere considerati più realisticamente, di svilupparsi e realizzarsi; Marina scopre la propria capacità di affrontare in autonomia la vita adulta, e la naturalezza di tale percorso, prendendo le distanze da un retaggio culturale e storia familiare che non lo legittimava pienamente.
In solitudine tali bisogni emergevano sotto forma di panico; nella relazione dialogica con la terapeuta, invece di proiettare ombre paurose, prendono pian piano forma e significato nella loro concretezza e trovano l’accoglienza necessaria al loro sviluppo.
Si tratta di lasciare emergere non solo quello che è il proprio istinto ( “il fiume che scorre sotto il fiume” secondo Clarissa Pinkola Estès), ma anche una visione più realistica di sé e dei rapporti, altro “fiume” potente e talvolta nascosto a noi stessi.
Questa visione ci permette di vivere relazioni paritarie e dialettiche, che a loro volta rendono più spendibili i nostri desideri, aspirazioni, e “istinti”, con meno paure e sensi di colpa.

Questo argomento viene trattato anche nel mio sito, nel post: Attacchi di panico

mercoledì 6 agosto 2014

Sesso: dovere o piacere? Perché l’ansia da prestazione sessuale.

La nuona versione di questa pagina è qui.


Vorrei riflettere con voi sui motivi della notevole diffusione di problematiche sessuali, di cui l’ansia da prestazione sessuale è una delle principali sul versante maschile, ma ha anche un ruolo significativo nei problemi femminili.

Soprattutto vorrei riflettere su una diffusa difficoltà, che potenzialmente riguarda ognuno di noi, a raggiungere una piena soddisfazione nella sfera della sessualità.

E’ curioso che ciò si verifichi in un periodo storico in cui l’evoluzione socioculturale ha portato l’individuo ad essere mediamente più libero da sensi di colpa e inibizioni, ben informato circa le diverse posizioni e tecniche amatorie, favorevole ad un atteggiamento obiettivo e scientifico verso la sessualità e così via.

Dopo aver sciolto pregiudizi e allentato divieti morali legati alla sessualità, proviamo a capire cosa altro pesa sulla possibilità di coltivare liberamente e senza troppe ansie il piacere.

L’ansia da prestazione consiste nel timore del manifestarsi di una difficoltà sessuale, talvolta già vissuta in passato, che riteniamo non ci permetta di soddisfare appieno il nostro partner. Da tale timore consegue ansia e ipercontrollo che, interferendo con il coinvolgimento sessuale, divengono essi stessi origine del problema temuto.

E’ comprensibile avere il desiderio di soddisfare il proprio partner, ma quando l’ansia prevale, è perché colleghiamo un po’ troppo strettamente il bisogno di soddisfarlo con la conferma di noi stessi e della nostra adeguatezza ed autostima. L’esperienza sessuale è allora legata più che alla felicità di coppia e alla comune ricerca del piacere, ad un proprio bisogno di conferma attraverso l’altro. L'eccessiva ricerca di approvazione da parte dell’altro, come conferma della propria adeguatezza e autostima riduce la spontaneità; anche perché spesso sull’altro si proiettano i propri timori di inadeguatezza e il proprio atteggiamento auto-giudicante.

Il primo dubbio che è utile porsi è se siamo sicuri che il nostro partner si aspetti davvero “una prestazione”. Spesso, infatti, se ha una relazione personale con noi, e non ci considera puramente oggetti sessuali, è probabile che si aspetti attenzioni più che prestazioni, e sia addirittura infastidito da un atteggiamento più attento alla prestazione che alla relazione.

Riflettendo sulla parola stessa "prestazione", essa richiama l'idea di una prova fornita, intesa a richiamare l'attenzione sulle particolari capacità di colui che si esibisce. La prestazione ha un carattere pubblico, nel senso che il modo in cui l'atto viene eseguito è soggetto all'osservazione e alle critiche, se non di un pubblico, comunque di un'altra persona. La soddisfazione del partner diviene più importante del proprio piacere, con la conseguenza di un appagamento sessuale soltanto parziale.

Può essere utile modificare allora i termini della questione: non che l’altro non sia importante, ma lo è come partner, con esigenze e bisogni in parte diversi dai nostri, da esplorare insieme; non come specchio che ci confermi.
E’ importante quanto lo siamo noi, non di più.
Paradossalmente proprio il mettere al centro il bisogno di conferme narcisistiche della propria potenza sessuale o avvenenza, dà troppa importanza all’altro, a scapito di sé, perché da lui dipendiamo per tali conferme.

Effettivamente al giorno d’oggi il punto debole dell’individuo non è più tanto il senso di colpa dovuto a desideri sessuali o aggressivi moralmente riprovevoli come ai tempi di Freud, ma il senso di inadeguatezza per non essere sufficientemente performanti o riconosciuti sul piano lavorativo, sociale, e anche sessuale, collegando così strettamente l’approvazione, ammirazione dell’altro/altri alla propria autostima.

Per quanto riguarda la sessualità, l’abbiamo sottratta dall’ambito dei divieti morali, e l’abbiamo sottoposta a quello della prestazione e del narcisismo (cerco conferme della mia virilità o della mia avvenenza). Dov’è dunque il vantaggio? Ci troviamo sempre nell’ambito del dovere (non più tanto il dovere di attenersi a prescrizioni morali,  quanto quello di essere all’altezza di prestazioni e aspettative).

E allora il piacere, che per esprimersi necessita principalmente di spontaneità, nella migliore delle ipotesi  è un estraneo che si imbuca ad una festa; nella peggiore rimane fuori dalla porta.

Cosa fare per ridare al piacere il ruolo di protagonista?

Innanzitutto considerare il partner realisticamente per quello che è: non uno specchio che ci dia conferme o disconferme, che decreti il nostro successo o fallimento, ma un partner di una relazione sessuale in cui è centrale la comune ricerca del piacere, fatta però ognuno a modo proprio e a partire dalle proprie esigenze; tale ricerca richiede dunque ascolto, e stimolo reciproco alla spontaneità, in consonanza con l'autentica natura emozionale della sessualità.