Il video della conferenza:
www.youtube.com/watch?v=KcBLur_rMo8
sabato 22 febbraio 2014
lunedì 10 febbraio 2014
Nebraska "Una famiglia tutt'altro che ideale"
La nuova versione di questa pagina è qui.
Vi consiglio la visione del film “Nebraska” di Alexander Payne. Racconta di una famiglia tutt'altro che ideale, che ognuno può agevolmente e senza sensi di inferiorità confrontare con la propria. Il protagonista trentacinquenne sceglie di prendersi cura dell’anziano padre, che pur non è stato un campione di generosità nell'educazione dei figli, e della sua demenza senile, con affetto e un pizzico di ironia. In tal modo si prende un po’ cura anche del resto della famiglia, e soprattutto di se stesso, dimostrando che amare riempie di più la vita che essere amati.
Il trailer del film:
http://www.youtube.com/watch?v=Wo4CRHJqRPw
Vi consiglio la visione del film “Nebraska” di Alexander Payne. Racconta di una famiglia tutt'altro che ideale, che ognuno può agevolmente e senza sensi di inferiorità confrontare con la propria. Il protagonista trentacinquenne sceglie di prendersi cura dell’anziano padre, che pur non è stato un campione di generosità nell'educazione dei figli, e della sua demenza senile, con affetto e un pizzico di ironia. In tal modo si prende un po’ cura anche del resto della famiglia, e soprattutto di se stesso, dimostrando che amare riempie di più la vita che essere amati.
Il trailer del film:
http://www.youtube.com/watch?v=Wo4CRHJqRPw
giovedì 30 gennaio 2014
Come aiutare i ragazzi nella scelta della scuola superiore
per dare una cornice alla scelta della scuola superiore,
vorrei sottolineare in primo luogo che non si tratta di scegliere al posto dei
figli, ma insieme a loro. A dire il vero, è più una scelta loro che vostra,
ma con l’importante vostra presenza accanto per aiutarli a ragionare, a fare un
esame di realtà, anche a sdrammatizzare.
I ragazzi infatti, in tale periodo di vita e di fronte a tale scelta, provano alcune ansie, legate alla crescita e alla trasformazione, al fare alcune cose per la prima volta, al non
sapere quanto possono contare su di sé, alla paura di sbagliare. Compito del genitore
è contenere tali ansie, contenendole e sdrammatizzandole prima di tutto dentro
di sé.
D’altro canto i ragazzi a quest'età hanno sufficienti risorse e capacità per fare delle scelte. Già da molto prima, per certi aspetti fin
dalla nascita, sono elaboratori di teorie sul mondo e di strategie di
comportamento, di modi di vivere. Tali modi sono parziali, possono
e devono essere corretti in base alle esperienze, agli errori e all'esame di
realtà, però sono comunque presenti in ognuno dei vostri figli.
Non siete tenuti, dunque, a fare le scelte al posto loro, ma
piuttosto ad accompagnarli, e a ragionare insieme a loro.
Un modo per sdrammatizzare è mettere in conto che tale scelta
sia rivedibile nel tempo; accettare la possibilità dell’errore, che non esiste
una scelta in grado di mettere al sicuro il proprio figlio da delusioni e possibili revisioni.
Quando come genitori abbiamo a che fare con scelte che
riguardano i figli, siamo anche più preoccupati che rispetto
a scelte che riguardano noi personalmente; gli errori, le sofferenze dei
figli bruciano più delle nostre, proprio perché li amiamo e siamo genitori
partecipi. Attenzione però a questa reazione istintiva, perché i figli possono
interpretare le nostre preoccupazioni, se eccessive, come una scarsa fiducia in
loro, e nel fatto che siano in grado di procedere nella crescita, di prendere
decisioni e di affrontare prove.
Non esiste poi una scelta migliore in assoluto, ma relativamente
al contesto in cui ci si trova, considerando com'è il ragazzo in quel momento, e
naturalmente quali le opportunità formative presenti sul territorio.
La scelta migliore è quella più realistica, che si basi sulla considerazione
delle caratteristiche, potenzialità e limiti del minore; ma soprattutto dei suoi interessi, motivazioni, e
passioni.
E’ importante dunque il confronto con gli insegnanti, ma
soprattutto con il ragazzo, aiutandolo a valutare realisticamente se stesso e
il contesto; a 13 anni ha ancora molto bisogno di essere sostenuto e contenuto
rispetto alla tendenza a sottovalutarsi o sopravvalutarsi.
Per aiutarlo è utile che vi interroghiate sulla vostra disponibilità
a rivedere l’immagine ideale che avete di lui/lei, a mettere in conto
possibili delusioni, scarti dalle vostre aspettative; e a gestire tali
delusioni come un accadimento e un problema vostro, senza farlo ricadere sul
figlio.
E’ naturale e comprensibile avere tali aspettative ideali,
proprio perché ai genitori sembra che se i figli fossero così come
“dovrebbero,” sarebbero favoriti nel cammino dell’esistenza, non andrebbero
incontro a delusioni e frustrazioni. Realisticamente però alcune frustrazioni
sono inevitabili, e il compito del genitore non è eliminarle, quanto piuttosto
aiutare il ragazzo a gestirle come una parte normale della vita, a trovare le proprie strategie per
affrontarle, e ad imparare da esse.
A volte un allontanarsi dalle aspettative genitoriali è per
il figlio un trovarsi.
Ridimensionando il peso delle delusioni, possibili errori, aprite
invece e potenziate lo sguardo su quello che realmente è il ragazzo, confrontandovi
e discutendo con lui, e aiutandolo così, attraverso il dialogo, a comprendersi
nelle proprie potenzialità e nei propri limiti.
Mantenendo un atteggiamento fermo rispetto ad ansie eccessive
per il futuro, siate invece generosi nel cogliere le particolarità del
singolo: non solo potenzialità e limiti, ma anche interessi, motivazioni, passioni.
Il crescere, e la vita stessa, hanno un'indubbia complessità,
proprio perché nessuno ha la sfera magica per prevedere il futuro, e si procede
per tentativi ed errori. Ma la
conoscenza di sé (gnozi eautòn degli
antichi greci) è un valore e una fondamentale risorsa nell’orientarsi,
oltre naturalmente alle informazioni e alla conoscenza del contesto, in questo
caso, delle opportunità formative presenti sul territorio.
Sottolineo la necessità di prendere in considerazione anche e
soprattutto gli interessi del ragazzo. E’ vero che si cresce e si impara
confrontandosi con le regole, accettando e gestendo possibili frustrazioni, ma
una spinta fondamentale all'apprendimento è proprio il piacere, il fare ciò che
piace e appassiona; è la motivazione che aiuta a tollerare meglio la fatica,
a superare delusioni, e a sostenere l’impegno richiesto da qualsiasi percorso
formativo.
giovedì 16 gennaio 2014
"Ciao mamma". La separazione dalla madre e la costruzione del sé in preadolescenza
La nuova versione di questa pagina è qui.
Vorrei analizzare con voi come viene vissuta la dolorosa, ma vitale separazione fra madre e figlio, e la progressiva autonomizzazione di quest’ultimo, dal punto di vista delle madri e dei figli, a partire dalla mia esperienza di psicologa dello sportello di ascolto nelle scuole medie, a cui si rivolgono sia genitori che ragazzini.
Vorrei analizzare con voi come viene vissuta la dolorosa, ma vitale separazione fra madre e figlio, e la progressiva autonomizzazione di quest’ultimo, dal punto di vista delle madri e dei figli, a partire dalla mia esperienza di psicologa dello sportello di ascolto nelle scuole medie, a cui si rivolgono sia genitori che ragazzini.
Come il parto, processo intensamente
vitale, è intriso di paure e di dolore, così lo è “la nascita sociale” del ragazzino,
cioè il suo ingresso in un mondo sociale più ampio e meno protetto di quello della
famiglia e della stessa scuola elementare: l’ingresso nella scuola media, e
soprattutto nel gruppo dei pari, la cui frequentazione ed appartenenza inizia
ad essere gestita autonomamente dal ragazzino.
A partire dall’analisi di un
importante momento di separazione madre-figlio: la preadolescenza (12 anni),
che richiama tutti i precedenti momenti di distacco, cercheremo di capire quella
sensazione, da un lato, di aspettativa,
bisogno e ricerca di vicinanza, e allo stesso tempo di alterità, di separazione
e di solitudine, che si sperimenta e ci accompagna per lungo tempo, se non per
tutta la vita, come figli/e nei confronti della madre, e poi come madri nei
confronti dei figli/e.
Iniziamo ad analizzare tale
groviglio di sentimenti dal punto di vista dei ragazzini, sulla base dei loro
racconti.
Nel momento in cui essi abbandonano
il mondo protetto delle elementari, della famiglia, dell’infanzia, per entrare
in quello più ampio e meno sicuro della scuola media, e in particolare del
gruppo di pari, il primo scoglio che incontrano, con cui devono imparare ad
avere a che fare è il seguente: le “prese in giro”, cosiddette dai ragazzini, che
sono poi le critiche in senso più ampio, alcune delle quali colgono nel
segno di una loro debolezza, altre meno – come avverrà nelle critiche che continueranno a
ricevere da adulti – , ma sono espresse spesso con una certa spietatezza, e con una particolare sfumatura canzonatoria. Come se, da parte dei compagni,
fosse più importante il fatto stesso di fare le critiche e di vedere se e come
il proprio compagno o compagna le accetta, che il particolare merito della
critica. . . se non c’è, lo si inventa: ci sono ragazzini che si lamentano del
fatto che viene storpiato il loro cognome, e così vengono presi in giro, motivazione decisamente pretestuosa.
Effettivamente non è facile
accettare tali critiche-prese in giro, soprattutto in quel particolare momento
della vita, in cui si è spinti dalla crescita verso un difficile ma importante
cambiamento: da un modello relazionale osmotico-fusionale, in cui io-bambino percepisco
la mamma al mio servizio, pronta ad appagare i miei bisogni, a spianarmi la
strada dalle difficoltà; ad un modello più dialettico, la relazione con il
gruppo dei pari. Qui io sono uno del mucchio, in cui gli altri magari mi offrono anche complicità ed amicizia, ma allo stesso tempo non mi risparmiano critiche. Emergono
le nostre differenze, e il fatto che l’altro metta al centro delle sue
attenzioni i propri bisogni, non i miei, anche perché è affaccendato nella stessa crisi evolutiva, ma a modo suo.
Si può, dunque, reagire a tale
cambiamento con una profonda nostalgia per un
universo in cui per la mamma si è speciali, coccolati, oggetto di grandi
aspettative ma anche di grandi assoluzioni.
Si può, inoltre, interpretare tale
nuovo universo relazionale con una sfumatura paranoica: “ce l’hanno tutti con
me”, senza rendersi conto che gli stessi rimandi critici sono riservati anche
ai propri compagni.
In ogni caso si prova un’intensa
sofferenza: ogni critica viene vissuta come ferita narcisistica, cioè ferita
all’immagine di sé, come se portasse via un lembo di pelle. E quella
spietatezza canzonatoria, con cui i compagni continuano a muovere critiche, può
essere anche interpretata come un disinfettante doloroso ma necessario per
curare una ferita purulenta, quindi con un valore di spinta alla guarigione e
alla crescita.
Nel momento in cui il ragazzino accetta di confrontarsi con il
nuovo universo relazionale, e vi avverte anche delle potenzialità, ad es. lo
sperimentarsi in un rapporto paritario, prendendo iniziative, senza dover
rendere conto a mamma e papà; e asseconda così quella spinta alla crescita
anche psichica, propria della sua età, affronta il secondo scoglio:
la paura di sperimentarsi in
solitudine, e quindi di sbagliare, ma soprattutto il senso di colpa
nei confronti dei genitori per il fatto stesso di prendere tali iniziative.
Da un lato è richiesto il
coraggio di abbandonare alcune sicurezze, e di sperimentare: non mi trovo più
in un mondo protetto in cui se mi comporto come mi hanno insegnato mamma e
papà, sarò premiato. Nella gestione dei rapporti ad es. con il gruppo di pari
devo procedere per tentavi ed errori, accettare di farlo, e trovare soluzioni.
Ricordo una ragazzina marocchina
che è venuta a parlarmi. Si sentiva ed era effettivamente vittima di prese in
giro, apparentemente perché straniera, ma soprattutto in quanto impossibilitata
a rispondervi, a causa di un’educazione ricevuta molto rigida, che non
prevedeva espressioni di aggressività.
Ha dovuto inventarsi la
possibilità di essere, più che aggressiva, determinata – dicendo ad es. “ma guardati
tu!”, determinazione che non era prevista, almeno negli insegnamenti espliciti
della famiglia, per quanto riguarda il comportamento sociale femminile.
Ecco dunque presentarsi i sensi
di colpa nei confronti dei genitori per il fatto di non seguire più tutti i
loro insegnamenti, di non appagare più tutte le loro aspettative, non per
scarso affetto, ma perché si è chiamati
ad affrontare il nuovo universo sociale, a costruire la propria
identità.
Ci sono genitori che si lamentano
che i ragazzini rispondono loro male, o che semplicemente rispondono (ad es.
“quelle scarpe sono da vecchio, non me le metto”); ragazzini che desiderano a volte
uscire con gli amici, e sono meno adeguati alla programmazione degli impegni sportivi, prima mantenuti con più
coerenza. Ragazzini che si confrontano
con fratelli minori, che sembrano soddisfare maggiormente le richieste dei
genitori e si sentono in colpa perché loro non lo fanno più; questo non perché
non siano più “bravi bambini”, come talvolta sembrano credere, semplicemente
perché non sono più bambini. Devono occuparsi di affrontare il mondo, e
soprattutto di costruire la propria identità.
Come, dunque, il parto è doloroso
per mamma e bambino, anche il crescere passa attraverso sentimenti dolorosi,
urticanti, (ferita narcisistica, paura di sperimentarsi in solitudine e
di sbagliare, sensi di colpa), ma avviene comunque, grazie alla stessa naturale
spinta alla crescita; sempre che non vi siano troppi macigni che la impediscono.
Tali ostacoli hanno a che fare con condizioni interne al ragazzino o legate
alle dinamiche familiari, che aggravano, appesantiscono, rendono inaccettabili
i sentimenti dolorosi, di cui ho parlato.
Alle difficoltà del ragazzino, in
effetti, fanno eco quelle della madre, ad accettare la crescita e la
separazione da lei del figlio; sofferenze materne che hanno una profondo legame
e corrispondenza con quelle del minore.
La scoperta che il figlio inizi a
prendere come riferimento sé o il gruppo di pari, non solo più la famiglia o la
mamma, suscita innanzitutto un sentimento di paura e di ansia, in quanto
si percepisce il figlio più esposto ai pericoli del mondo, al di là del proprio
controllo e giurisdizione.
Tale sensazione di perdita di
controllo, porta a drammatizzare i rischi e le sofferenze che il ragazzino può
incontrare sulla sua strada. Ci sono
madri che esagerano la portata distruttiva di qualche piccolo insuccesso scolastico
del figlio, o di rimandi un po’ duri ricevuti da insegnanti o compagni,
pensando, e spesso sbagliandosi, che il proprio figlio non sia in grado di
affrontarle, pensando inoltre che sia compito del genitore spostare tutte le
possibili frustrazioni dalla strada del proprio figlio; mentre in realtà il
compito genitoriale è sempre più sostenerlo nella sua possibilità e capacità di
affrontarle.
C’è, però, un altro sentimento,
che si percepisce con meno immediatezza, da parte delle madri, e di chi le ascolta,
ma che risuona e ispira in profondità l’evolversi oppure lo stagnare della
crisi materna:
tale sentimento è, ancora una
volta, la ferita narcisistica, e il dolore della separazione: “io non sono
più così importante per lui”.
Dietro alle preoccupazioni delle
madri - “se mio figlio si fa trascinare dalle cattive compagnie, e diventa un
bullo?” Oppure “ho paura che la ragazzina non abbia personalità perché segue le
indicazioni delle amiche sul vestirsi”, “e non più le mie…” mi verrebbe da
aggiungere - , si cela in realtà il dolore del distacco, del vedere il figlio
nella sua alterità rispetto a me mamma, nella sua maggiore autonomia, e
soprattutto nel suo avere meno bisogno di me, in un futuro prossimo non averne
più per nulla.
Quella solitudine che sperimenta
il figlio, crescendo e facendo delle scelte, la sperimenta anche la madre, con
l’aggravio dell’essere chi subisce il distacco, in molti casi chi lo permette e
favorisce, essendo comunque quella che rimane, mentre il figlio salpa verso il
mondo e il futuro.
Talvolta è più difficile
accettare e favorire la separazione, vedere i figli crescere, per madri
casalinghe, o soprattutto per cui l’essere madri è il principale, se non
esclusivo oggetto di investimento e di ricarica affettiva. Per lo stesso motivo
è spesso più complesso favorire la separazione dell’ultimo figlio, perché ciò toglie
alla madre definitivamente un ruolo, che non può essere facilmente rimpiazzato.
In un certo senso, più sei brava
come mamma, più hai dato sufficientemente fiducia a tuo figlio e ne hai
favorito l’autonomizzazione, facendogli sentire sopportabili i suoi pesi, e non
scaricandogli addosso i tuoi, più lavori all’esaurimento del tuo ruolo, alla
finitezza, alla mortalità del tuo essere mamma.
Abbiamo visto come madri e figli si
trovino ad affrontare sentimenti simili.
Innanzitutto la paura e l’accettazione dell’insicurezza, del
procedere per tentativi ed errori, invece che sulla base di un modello già
collaudato. Ciò implica l’accettazione
che la vita, propria e dei figli, non è scevra da rischi, è in fondo
un’avventura - nel senso di dover affrontare ciò che avverrà (ire ad ventura)
senza conoscerlo in anticipo, e quindi l’accettazione della propria ignoranza,
che ci permette di procedere illuminando solo passo per passo, potendo
sbagliare e dovendo talvolta ricredersi.
L’altro importante sentimento
è la ferita narcisistica del passaggio
da un rapporto più fusionale, in cui ci si aspetta perfetta corrispondenza
fra me e l’altro, fra i miei bisogni e le risposte dell’altro, ad una relazione
più dialettica, in cui si manifestano le differenze individuali, la non
corrispondenza fra le proprie aspettative e le risposte che otteniamo, e dunque
la necessità di mediare.
In realtà tale passaggio non è
caratterizzato da un’alternativa secca, ma da gradualità e sfumature: nel
rapporto fra madre e figlio si introduce fin dall’inizio un po’ di dialettica,
di coscienza dell’alterità; allo stesso tempo il rapporto di amicizia è anche
un po’ fusionale, fondendo e confondendo
una parte di sé nell'altro attraverso giochi di identificazioni
reciproche.
In questa prospettiva, l’inevitabile
nostalgia del primitivo e primario rapporto fusionale, può trasformarsi da
macigno, che blocca la crescita, in fondamenta su cui costruire un’altra relazione,
dialogica, fra madre e figlio, questa sì che può essere coltivata e svilupparsi
nel corso della vita, conoscendone i limiti.
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figli,
genitori,
identità,
madre,
separazione
Consulenza per i genitori separati e i loro figli.
L’avere
i genitori separati presenta un certo grado di complessità e richiede ai
ragazzini capacità di adattamento, ad es. nell'avere due case e due nuclei
familiari, nel gestire il passaggio dall'uno all'altro e la separazione
temporanea da un genitore per stare con l’altro.
Come
tutte le esperienze che richiedono uno sforzo di adattamento creativo - ogni
ragazzino infatti trova il proprio modo personale di stare nella separazione
dei genitori- nel momento in cui le si vive, offrono occasioni di apprendimento
e di collaudo di sé.
Ci
sono però caratteristiche delle separazioni, che possono rendere più difficile
e doloroso l’adattarsi a tale situazione. In base alla mia esperienza di
counseling con genitori e ragazzi, vorrei sottolinearne in particolare due
significative:
1. Il primo caso si verifica quando la
separazione porta ad un allontanamento e perdita della frequentazione regolare
di uno dei due genitori, in genere il padre, talvolta della madre. In tale
evenienza il ragazzino vive un dolore della perdita e un sentirsi abbandonato,
di cui è difficile darsi una spiegazione, e spesso se ne attribuisce la colpa (
“se fossi stato più bravo o più importante per i miei genitori, non si
sarebbero separati o mio padre non se ne sarebbe andato…”)
2. Il secondo caso si verifica quando
permane una situazione di forte conflitto e di sofferenza nei confronti della
separazione, da parte dei genitori stessi o di uno dei due. Questo può portare
il ragazzino a sentire di tradire o di fare un
torto ad un genitore se vuole bene anche all’altro, soprattutto quando
avverte un genitore più debole o addirittura “vittima”. Il ragazzino cioè non
si sente libero di voler bene ad entrambi i genitori, pur con i loro limiti e
con i normali conflitti ad es. sulle regole, tipici della preadolescenza ma
presenti anche in precedenza ( “voglio fare a modo mio ma mi aspetto anche
aiuto, sostegno, una realtà che mi assecondi…”)
E’
importante, dunque, che entrambi i genitori facciano lo sforzo di essere
presenti per come riescono, e che non si adoperino per allontanare l’altro
dalla vita dei figli. E’ comprensibile provare sentimenti di rabbia, di
delusione nei confronti di un partner da cui ci si è separati per i più
svariati motivi; però è importante fare un passo indietro, considerando che
come padre o madre può essere meglio o comunque diverso da come è stato come
compagno/a, e che è corretto e formativo che sia il figlio a fare le proprie
valutazioni.
I
ragazzini hanno bisogno di entrambi i genitori ed è importante che si sentano
liberi di vivere il rapporto con loro e di prendere le proprie misure con i
limiti e le ricchezze di esso, tanto più nella preadolescenza, in cui ne
avvertono di più il bisogno e soprattutto hanno più risorse per confrontarsi
realisticamente con i propri genitori.
Lo
sforzo di adattamento ad una situazione di separazione dei genitori è presente
e richiesto, come si diceva all’inizio, compreso talvolta l’adattamento ad un
nuovo compagno della mamma o compagna del papà; può essere faticoso ma è un’esperienza di apprendimento, come tutte le relazioni con ciò che è
altro da noi, che magari non ci asseconda, che ci complica un po’ la vita, che
ci richiede sia adattamento che creatività e strategia, ma che costituisce
allenamento per tutte le “separazioni” di cui è costellata la crescita e la
vita stessa: separazione dal mondo protetto e dorato dell’infanzia, dalle
immagini ideali di sé e degli altri, dai genitori stessi, per
addentrarsi maggiormente nel mondo sociale allargato e nelle responsabilità della vita
adulta.
giovedì 19 dicembre 2013
Consulenza per genitori separati. La separazione: da evento che lacera equilibri e aspettative a occasione di adattamento e collaudo di risorse.
Sempre più spesso bambini e adolescenti devono adattarsi a
separazioni dei genitori, alternanza nella quotidianità, relazione con i nuovi compagni di essi. Talvolta
tale evenienza viene vissuta dai genitori con sensi di colpa perchè non si
offre ai figli “il meglio”, ma anche da bambini e ragazzi, come se se ne
sentissero in qualche modo responsabili.
E' invece importante iniziare a considerare tale evenienza come
una delle possibili declinazioni della famiglia e del crescere, che può
diventare occasione di apprendimento e di collaudo di risorse.
E' in tale ottica che si svolge la consulenza psicologica a genitori e/o minori che stanno attraversando le acque spesso burrascose della separazione, e magari se ne fanno una colpa senza riuscire a valutare oggettivamente le modalità più adeguate a gestire una congiuntura sicuramente complessa e dolorosa, ma non patologica o necessariamente traumatica.
La ricerca della felicità
Cito da un articolo di Galimberti, presente su D di Repubblica in data 7/12/13:
"... Per trovare la felicità che dura, penso che non basta svegliarsi «con una musica allegra e un pensiero positivo», perché anche in questo caso siamo passivi: “ascoltiamo”e non “creiamo” noi quella musica.
"... Per trovare la felicità che dura, penso che non basta svegliarsi «con una musica allegra e un pensiero positivo», perché anche in questo caso siamo passivi: “ascoltiamo”e non “creiamo” noi quella musica.
I pensieri, poi, ci vengono e il loro colore non lo decidiamo noi. La felicità, quella vera, ci vuole attivi. È una felicità che non ci “capita”, ma che dobbiamo “costruire”a partire dal primo insegnamento dell’oracolo di Delfi che dice: «Conosci te stesso». Se evitiamo questa conoscenza, nella vita prendiamo solo abbagli, inseguiamo modelli che non ci corrispondono, perché non sappiamo chi siamo, non conosciamo la nostra virtù, la nostra inclinazione, in termini religiosi, la nostra vocazione, ciò per cui siamo nati. E quindi non realizziamo quello che gli antichi chiamavano il nostro “demone”, dalla cui realizzazione scaturisce la felicità, in greco “eu-daimonia”, la buona riuscita di sé.
Ma il secondo insegnamento dell’oracolo di Delfi ci dice anche che questa realizzazione deve avvenire «secondo misura», perché dopo la conoscenza di sé è necessaria anche la conoscenza del nostro limite, perché chi ignora il proprio limite, prepara la sua rovina.
Se ci atteniamo a queste due massime, costruiamo la felicità che dura, la quale non esclude la felicità che ci capita, quella innescata dalle passioni, ma la riconosce nei suoi limiti e non fa esclusivo affidamento a ciò che ci accade senza un nostro lavoro.
Il lavoro della realizzazione di sé non conosce abbandoni e tradimenti, perché non abbiamo consegnato l’anima per intero a un altro come quando siamo trascinati dalla passione."
Il lavoro della realizzazione di sé non conosce abbandoni e tradimenti, perché non abbiamo consegnato l’anima per intero a un altro come quando siamo trascinati dalla passione."
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